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The John Williams Experience(s)
Emilio Audissino
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Lo scorso maggio, come altre volte in passato, sono andato a Boston per assistere ad una serie di concerti dei Boston Pops. Il lettore italiano si chiederà chi sono costoro. Il lettore americano risponderebbe che sono "The America's Orchestra", l’orchestra americana per eccellenza. Fondata nel 1885, la Boston Pops Orchestra è internazionalmente famosa per le splendide esecuzioni del repertorio musicale americano e non, includendo marce, musica popolare, musica leggera (sono stati tra i primi a suonare arrangiamenti sinfonici dei Beatles), musica di Broadway e… la migliore musica da film! Il tutto suonato impeccabilmente da quelli che, negli altri periodi dell’anno, sono membri della Boston Symphony Orchestra (una delle formazioni migliori al mondo), nella Symphony Hall (una tra le 4 sale da concerto con l’acustica migliore al mondo). Insomma, in quanto amante della buona musica e studioso della musica da film, un appuntamento per me immancabile. Ma a tutto questo, che di per se potrebbe già giustificare una traversata aerea dell’Atlantico, si aggiunge l’aspetto fondamentale della faccenda: ogni primavera a Boston è possibile
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sentire John Williams in concerto. John Williams, “chi era costui?” Il fan della musica da film risponderebbe, sorpreso, che Williams è uno dei più grandi compositori di musica da film della storia. Io, che seguo e studio Williams ormai da 13 anni e ho scritto pure una tesi specialistica su di lui, correggerei dicendo che Williams è il più grande compositore di film musica della storia. A 76 anni, Williams ha collezionato 5 Oscar, 19 Grammy Awards, una serie di altri premi e riconoscimenti che non sto ad elencare e, cosa impressionante, è la persona vivente che ha
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ricevuto il maggior numero di nomination all’Oscar: con 45 nomination, egli è secondo nella storia solo a Walt Disney. Se tutto questo non impressionasse ancora, basti pensare che il 50% dei film di maggior successo degli ultimi 35 anni vantano una partitura di Williams e l’American Film Institute ha eletto miglior colonna sonora di tutti i tempi proprio una sua opera. Quale? E qui il personaggio acquisterà familiarità per tutti, se non in virtù del nome, certamente per la fama universale delle sue musiche. Williams è il compositore di Guerre Stellari, eletta, appunto, miglior colonna sonora della storia e prima colonna sonora interamente sinfonica (quindi non come Titanic, per esempio, che aveva come traino la canzone di Celine Dion) a sfondare il tetto dei 4 milioni di copie vendute. Altri titoli del canone williamsiano certamente noti a tutti sono Lo Squalo (mi-fa mifa mi-fa re-mi-mi-fa re-mi-mi-fa…), Indiana Jones, E.T. L’extraterrestre, Superman, Jurassic Park, Harry Potter, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Schindler’s List e naturalmente quel monumen-
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tale capolavoro che è la doppia trilogia di Guerre Stellari. Se si aggiunge che Williams è dal 1974 il compositore ufficiale di Steven Spielberg, ha lavorato con mostri sacri come Alfred Hitchcock, William Wyler, ha collaborato in giovane età con i grandi compositori dell’età d’oro di Hollywood ed è stato per 14 anni il direttore stabile della Boston Pops Orchestra, continuando ad avere tutt’oggi una intensa carriera come direttore d’orchestra, il personaggio acquista allora una dimensione mitica. La cosa straordinaria per un uomo di tale importanza è che Williams è una delle persone più gentili e umili che abbia mai incontrato.
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 Williams tra Scorsese e Spielberg
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Dopo questa doverosa introduzione, passo ora alla storia dei miei incontri con il Maestro. Come ho accennato, ho iniziato a collezionare e studiare l’opera del nostro nel 1995 e per il mio diciottesimo compleanno ricevetti in regalo un viaggio a Boston e i biglietti per tre concerti di Williams. Coinvolsi il mio amico Vito: era il 1999, la mia prima “Williams Experience”. L’esperienza è stata una delle più belle che io ricordi: Williams in persona diresse alcune delle più belle musiche della storia di Hollywood, eseguì in prima assoluta le sue composizioni per il nuovo Guerre Stellari Episodio I (tra cui c’era Duel of the Fates, un elettrizzante brano per coro e orchestra. Ho ancora impresso nella memoria i coristi che gridavano il testo in sanscrito Korah Mahtah, Korah Rahtahmah: da pelle d’oca!). Come bis il maestro alzò la bacchetta e l’orchestra esplose nella celeberrima ouverture di Guerre stellari. Ovazioni da stadio nella sala, un gruppo di giapponesi che srotola uno striscione con
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scritto "May the Force be with John - Che la Forza sia con John”: un ricordo indimenticabile. Mi si consenta il paragone: aver sentito John Williams dirigere Guerre stellari è come avere sentito Beethoven dirigere la Nona. Comunque alla fine di ognuno dei concerti mi dirigevo in pellegrinaggio presso l’ingresso artisti, l’ormai mitico stage door, aspettando con altre decine di persone che Old Father Music (così viene anche chiamato affettuosamente negli USA) si affacciasse. Le prime due sere la security pensò bene (male per me, in realtà) di fare uscire il Maestro da qualche altra uscita, forse per via degli inquietanti fan che, con sguardo folle, agitavano
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delle spade laser di fronte allo stage door (non io. Io non mi sono mai presentato agitando una spada laser, sappiatelo) La terza e ultima sera Williams apparve improvvisamente alla porta e con modi soavi e una rara gentilezza si fermò a firmare autografi e farsi scattare foto, salendo in auto solo quando aveva accontentato tutti. Io gli strinsi la mano, quella mano che aveva scritto tanti capolavori, farfugliai alcuni complimenti e gli chiesi di firmare una pagina dello spartito di Jurassic Park. Appena gli dissi il mio nome per la dedica, egli commentò: “Emilio, beautiful name!”.
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Quando salì in macchina e sparì nella notte bostoniana, nella mia mente eccitata si fece largo un fermo proposito: devo vedere altri concerti! Il proposito lo mantenni, sebbene la volta successiva sarebbe stata solo 6 anni dopo, nel 2005, questa volta a Chicago, sempre con Vito e con l’aggiunta di mio cugino Giovanni. Assistetti a due concerti di Williams con la Chicago Symphony, un’altra delle migliori orchestre al mondo, e dopo tanti anni riascoltare Guerre stellari diretta dall’autore con un’orchestra di 110 elementi… Beh, mi ci voleva proprio. La seconda sera riuscii a incontrare di nuovo il maestro. Io e altri fedelissimi gli tendemmo un’ “imboscata” dalla porta del cortile posteriore, dopo che la security ci aveva allontanato dall’uscita principale. Erano le undici di sera, era fine novembre e aveva appena nevicato. Non so quanti gradi ci fossero, ma faceva piuttosto freddo. Williams uscì in giacca a vento e berretto di pelo e si trovò davanti una decina di persone armate di pennarelli, cd e macchine fotografiche. Ci guardò sorpreso
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e ci salutò: “Hello! Are you waiting for me? - State aspettando me?” Inutile dire che si fermò a firmare e posare per le foto e, accontentatici, salì in auto e si allontanò salutandoci con la mano. A quando la prossima volta? Dato che nel 2006 lavoravo a Milano e non riuscii a combinare, decisi per maggio 2007, di nuovo a Boston, che tra l’altro è una città splendida e forse la mia preferita. In queste avventure mi accompagnano amici sempre diversi, che per qualche strano motivo accettano di prendere parte a questi pellegrinaggi da fanatici melomani. Nel 2007 tentai infatti l’overdose: comprai i biglietti per tutti e cinque i concerti della settimana, stesso programma tutte le sere, per cinque sere. Nonostante questo, Stefano accettò di venire con me. Penso che Boston sia la città ideale dove
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venire a sentire John Williams in concerto. Al di là della perfezione dell’orchestra e della sala, lui qui è come a casa, essendo stato per 14 anni il direttore stabile dell’orchestra. Conosce molto bene gli orchestrali e questi gli sono molto affezionati. Il pubblico di Boston, poi, ha una vera adorazione per Williams (“The Pride of Boston” “L’orgoglio di Boston”, viene chiamato) e quindi l’atmosfera è di calorosa partecipazione. Conoscendo già il territorio, approfondii gli studi strategici per cercare di progredire nel mio percorso di avvicinamento al maestro. Iniziai ad accodarmi assieme agli altri presso lo stage door, ormai a me familiare, aspettando che JW si manifestasse. La prima sera aspettammo invano: uno della
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security si affacciò dalla porta e con un compiacimento sadico nello sguardo ci disse che era già andato via (“He’s gone!). Allora, come l’angelo Clarence di La vita è meravigliosa, mi apparve davanti un signore alto con i baffi e gli occhi azzurri e mi spiegò che se volevo incontrare Williams nelle sere successive dovevo andare laggiù, ad aspettare davanti alla porta
nel parcheggio posteriore. La cosa mi lasciò un po’ perplesso. La sera dopo ritornai allo stage door ad aspettare con gli altri. Dopo un po’, per curiosità, andai verso il parcheggio e buttai un occhio alla porta in fondo. C’era un auto parcheggiata davanti e proprio in quel momento Williams uscì e salì a bordo.
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L’auto si mise in moto prima che io riuscissi ad incontrarlo. Ora, io sono un fan affezionato, ma non sono il tipo da inseguire un ’auto. Dico così perché la sera dopo, quando andai direttamente dalla porta del parcheggio e venni seguito dagli altri, che intuirono che sapevo qualcosa in più di loro,
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assistetti alla scena imbarazzante di una signora spagnola di mezza età che si aggrappò alla portiera dell’auto. Ogni sera, vedevo sul marciapiede opposto Clarence, che controllava la situazione e veniva poi a chiedermi come era andata ed eventualmente a darmi consigli. La security, quell’anno, era particolarmente odiosa: davano false informazioni, ci depistavano, facevano sempre uscire Williams dalla porta secondaria. E’ chiaro che prima loro riescono a spedire il maestro in albergo, prima finiscono il turno e possono andare a casa, invece che tenerlo a lungo d’occhio mentre fa foto con grandi e piccini. Ad ogni modo il capo della security imparò a riconoscermi, dato che mi vedeva ogni sera appostato fuori. Dopo il concerto io arrivavo, lo salutavo, lui mi salutava con uno sguardo negli occhi che sembrava dire “Ancora tu, ma sei proprio insistente!” e io mi mettevo in paziente attesa. Fu grazie a lui che feci il “grande salto”. Mi presentò infatti un personaggio molto popolare tra lo staff della
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Symphony Hall: questo avvenne il giovedì sera. Il personaggio in questione, di cui non voglio svelare il nome e che chiamerò Virgilio, in virtù della nostra comune origine (è italiano anche lui, insomma), mi prese in simpatia. Chiacchierammo a lungo quella sera (in italiano, ovviamente). Io gli spiegai la mia situazione e lui disse la frase magica: “Sabato, dopo il concerto, ti porto dal maestro in camerino”. Immaginate di poter incontrare faccia a faccia, con calma, la persona che più ammirate al mondo. Quella è la condizione in cui andaial concerto sabato: ero eccitatissimo e ricordo quella
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sera nitidamente, ogni dettaglio. Ero d’accordo col mio amico italo-americano di farmi trovare presso lo stage door interna nell’intervallo del concerto, per metterci d’accordo. Il pessimista che è in me iniziò a dirmi: “Vedrai che adesso esce e ti dice che purtroppo non è possibile…” Invece uscì e, con un gioviale sorriso mi disse: “E’ tutto OK, vieni qui alla fine del concerto che ti faccio entrare io”. E così fu. Ecco la cronaca dell’agognato incontro. E’ venuto a prendere me e Stefano e ci ha fatto entrare nel backstage, dietro il palco. Attorno a me c’erano i musicisti con i cravattini slacciati e le borse degli strumenti in spalla che se ne andavano alla spicciolata. Il mio Virgilio ci ha condotto su per una scaletta e siamo arrivati davanti ad una porta bianca con una targhetta: JOHN WILLIAMS.
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Davanti alla porta chiusa aspettavano altre tre persone, anche loro ammessi in udienza privata. La porta si è aperta, sono uscite le persone che erano dentro e mentre gli altri entravano intravidi Williams che li accoglieva. Dopo sarebbe toccato a me. Mentre aspettavo chiacchierando con il mio Virgilio ma tenendo ansiosamente d’occhio la porta, è salito su per la scala l’uomo della security. Come mi ha visto è rimasto un attimo turbato. Poi ha sorriso con una nota di simulato rimprovero e mi ha detto: “So you made it!” - Così ce l’hai fatta!”. “Almost” “Quasi”, ho risposto.
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Finalmente la porta si è aperta: il mio turno. Williams si è affacciato fuori. Virgilio ci ha presentato al maestro, dicendo che eravamo venuti apposta dall’Italia a sentire tutti e 5 i suoi concerti. Williams ha sorriso strabiliato e ha detto, in italiano, “Fantastico!”. Ci ha fatto entrare e ci ha ringraziato per essere venuti. Abbiamo parlato della mia tesi, del concerto che due anni prima avevo sentito a Milano (il primo in Italia tutto dedicato alle sue musiche), del perché non viene in Italia a dirigere qualche volta (sembra che in Italia esista solo Ennio Morricone, e io per sentire altro devo ogni volta fare
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6000 chilometri d’aereo…). Williams ha ascoltato pazientemente e risposto con grande gentilezza a tutte le mie domande, ha posato per la foto (nel mio studio ho un ingrandimento 50X70), ha firmato gli autografi e alla fine è stato lui a ringraziarci ancora di essere venuti a trovarlo. Che gran signore! Uscendo dal camerino ho salutato il capo della security, dicendogli “Be happy, now! I am leaving to Italy the day after tomorrow, so you won’t see me again around here! I think I’ll miss you! ? Sia contento! Torno in Italia dopodomani e non mi vedrà più qui intorno. Credo che mi mancherà!” Ha riso e si è prestato come fotografo, scattando una foto di me, Stefano e Virgilio
abbracciati. Virgilio ci ha poi indicato la via per uscire. Abbiamo sceso una scala e, aperta la
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porta, ci siamo ritrovati all’interno dello stage door! Fuori vedevo i fan che, vista la porta muoversi, avevano alzato la testa sperando in Williams. Invece vedevano uscire me e Stefano che, piuttosto imbarazzati, ci siamo fatti largo tra la folla. Ricordo che cercavo di nascondere come potevo l’enorme foto che avevo sotto braccio su cui era scritto: EMILIO, WITH EVERY GOOD WISHES. JOHN WILLIAMS. "Qui, se scoprono che sono riuscito ad entrare in camerino, rischio di venire linciato dalla folla!", pensavo tra me e me. Ricordo infatti, nelle mie precedenti esperienze di umile postulante, di aver guardato con invidioso
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odio quei privilegiati che uscivano dallo stage door, dopo l’udienza privata: generalmente parenti dei musicisti o facoltosi sostenitori dell’orchestra. Stefano ed io siamo riusciti a raggiungere il marciapiede e quasi il mio imbarazzo era svanito, quando ho sentito qualcuno che mi chiamava. Mi sono girato, preoccupato, e ho visto un signore sui 50 che, capito da dove venivo, mi ha chiesto come avessi fatto ad arrivare dove ero arrivato. Io, non volendo svelare il mio contatto, né dire: “Sa, sono italiano e ho un amico italiano che lavora là dentro” e sentirmi rispondere: "Ah, Italian Mafia...", ho spiegato vagamente che è stato il frutto di anni di tentativi e di un po’ di fortuna (il che era vero, del resto.) Finita questa conversazione, ho visto materializzarsi vicino a me Clarence, il signore baffuto, che mi ha domandato come era andata. Io gli ho mostrato la foto autografata (con discrezione, evitando che la folla sull’altro lato della strada vedesse il mio eccessivo trionfo) e salutandolo, lo ho ringraziato dell’aiuto che mi aveva dato. Lui mi ha salutato e si è allontanato. Che strano personaggio! Dopo questa esperienza indimenticabile, sento spesso Virgilio al telefono. Tra parentesi, questo mi ha fatto scoprire che costa meno chiamare dal fisso gli Stati Uniti che chiamare mia nonna, che abita a 50 metri da me, sul cellulare: misteri tariffari d’Italia, o della serie “Come ci facciamo sempre prendere in giro dai vari gestori di telefonia.” Comunque sia, durante la telefonata per gli auguri di Natale, il mio amico italo-bostoniano mi chiede quando andrò di nuovo a trovarlo. Io gli rispondo che non so, mi piacerebbe ma non è così semplice organizzarmi, sia per ragioni organizzative che finanziarie. Lui mi dice che la prossima volta mi farà assistere alle prove del maestro con l’orchestra… Silenzio… “Allora ci vediamo a maggio!" rispondo io. Così mi sono organizzato di conseguenza e, con due nuovi compagni
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di viaggio, Fabrizio e Antonio, ho replicato l’esperienza dell’anno precedente, comprando i biglietti di tutti e 5 i concerti della settimana, stesso programma tutte le sere, come sopra. Questa volta è stato davvero tutto perfetto. Il viaggio ideale. Per cominciare, ho telefonato al mio caro contatto bostoniano il lunedì, appena arrivato sul suolo americano. Virgilio mi ha detto di farmi trovare la mattina dopo alle 10.15 davanti allo stage door: lui sarebbe venuto a prenderci e ci avrebbe accompagnato dentro per assistere alle prove. La mattina dopo infatti la nostra guida ci è venuta a
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prendere, una volta consegnatici i tesserini con la scritta VISITORS (non potevo fare a meno di pensare a quella serie che vedevo da piccolo dove c’erano alieni rettiliformi travestiti da umani che mangiavano topolini bianchi…), ci ha condotto nella sala deserta. “Mi raccomando”, ci ha detto “assistere alle prove qui è come essere ammessi alla Messa privata del Papa! Fate i bravi!”. Effettivamente eravamo i soli nella Hall, a parte gli addetti ai lavori. I musicisti iniziavano ad entrare sul palco, vestiti casual, molti con in mano grosse tazze di caffè o di chissà cos’altro. Alle 10.20 è arrivato Williams e si è intrattenuto con i singoli orchestrali per salutarli. Le prove sono iniziate alle 10.30 e ho avuto la possibilità di sentire in anteprima le musiche che sarebbero state suonate durante i concerti, tra cui due brani in prima mondiale tratti dalla colonna sonora del nuovo film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. L’orchestra era straordinaria, suonava benissimo e a prima vista: raramente Williams doveva interromperli per correggere qualche passaggio e quando lo faceva chiedeva sempre con gentilezza. Alle 11.30 Williams ha dato la pausa caffè, durante la quale Virgilio ci ha accompagnato nel backstage, offrendoci caffè e the e presentandoci i musicisti. E’ stato bello prendere il caffè con alcuni tra i migliori strumentisti al mondo! Alle 13.00 le prove sono finite. Abbiamo salutato Virgilio e ci siamo dati appuntamento per quella stessa sera. Ormai avevo fatto i miei anni di gavetta e non dovevo più aspettare fuori dallo stage door in attesa che la security decidesse di concederci qualche minuto con Williams. Tra parentesi, quest’anno lo hanno fatto
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sempre uscire da lì e Williams ha incontrato i fan ogni sera, a differenza dell’altro anno. Infatti il tipo della security con cui avevo avuto quello scambio di battute non c’era più. Non vorrei essere stato la causa del suo licenziamento… Ad ogni modo, ora avevo acquisito una maggiore pace interiore e una superiore sicurezza, grazie ai miei potenti contatti interni. Durante l’intervallo di ciascun concerto Virgilio ed io ci davamo appuntamento nel foyer. Lui mi spiegava quale era la situazione per quella sera. Il martedì, la prima sera, mi ha detto che Williams aveva già un mucchio di persone da ricevere e che era meglio rimandare alla serata successiva. Nessun problema, io sarei stato lì tutte le sere! Ma c’era comunque una sorpresa inaspettata: alla fine del concerto Virgilio è venuto a chiamarci e ci ha fatto entrare nel backstage. Ci ha portato sul palco e, indicato il podio,ha detto: “Mettetevi lì, ché vi faccio una foto”. Ebbene sì, tra le varie foto appese alle pareti del mio studio, ce n’è anche una che mi ritrae sul podio della Symphony Hall, poco dopo che John Williams ne era sceso. Dopo questa scorribanda fotografica siamo andati tutti a cena con Virgilio, che ci ha
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accompagnato con la sua auto in un bel American Grill sulla centralissima Boylston Street. Una delle cosa belle dell’esperienza di quest’anno è stato andare a cena con Virgilio: è bello andare in una città straniera così lontana e trovare un amico con cui condividere la serata. Tra l’altro Virgilio ci ha presentato altri suoi amici, che una sera ci hanno raggiunto a cena (una di loro studia l’italiano ed è stata un’esperienza divertentissima questa serata bilingue, in cui io parlavo inglese e lei italiano…). Ma torniamo a Williams. Il mercoledì sera, dopo il concerto, come da istruzioni ricevute, io e i miei compagni di viaggio ci siamo appostati davanti allo stage door interno, lo stesso che si era aperto per me la prima volta l’anno scorso. Altre persone iniziavano ad accalcarsi davanti alla porta. Ora, l’esperienza mi ha insegnato che per incontrare Williams a Boston ci sono tre modi (a parte essere amico di Virgilio), in ordine di probabilità: 1) aspettarlo davanti allo stage door esterno, 2) aspettarlo davanti allo stage door interno, 3) aspettarlo davanti alla porta del parcheggio. Ad un certo punto la porta si è aperta e Virgilio si è affacciato. Si è guardato attorno, ci ha adocchiato e con un gesto della
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mano ci ha fatto segno di seguirlo dentro. Noi, con lo sguardo basso, siamo passati attraverso la gente attorno, sgattaiolando dentro. Dejà vu: stessa scala dell’anno scorso e stessa porta bianca: JOHN WILLIAMS. E’ bello essere di nuovo a casa, ho pensato! Davanti a noi, in "sala d’aspetto", c’erano altre 5 persone. Uno era un anziano professore della Boston University, e mi sono intrattenuto parlando con lui di quanto mi piace Boston e di come era stato bello il concerto di quella sera. Quando finalmente è venuto il mio turno a me, Virgilio ci ha accompagnato dentro e il maestro
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mi ha salutato: si ricordava di me! Io gli ho fatto firmare una foto dell’anno prima in cui Stefano ed io posavamo con lui. Lui ha ringraziato me e i miei amici per essere venuti a sentirlo anche quest’anno. Io gli ho offerto in dono due libri fotografici dell’Italia (uno da parte mia e uno è da parte di Stefano, che non potendo venire mi aveva chiesto di fare questa consegna). Quest’anno, dato che ero un po’ più a mio agio (non troppo di più, però) sono riuscito a fargli una domanda più articolata, chiedendogli della sua esperienza lavorativa in Italia, ai tempi del film Storia di una donna (1972). Williams, colpito dal fatto che io conoscessi anche queste pieghe più nascoste della sua filmografia, mi ha spiegato i passaggi di questa sua incursione italiana e di come avesse registrato le musiche a Milano. Io, per farmi bello agli occhi suoi, gli ho dimostrato che conosco bene anche quel lavoro minore (non è vero, dato che non sono mai riuscito a trovare né il film né la colonna sonora) dicendo: In that film you wrote a song for Ornella Vanoni! In quel film lei ha scritto una canzone
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per Ornella Vanoni!” Il maestro mi ha guardato visibilmente colpito, e ha chiesto con curiosità: “Yes! Ornella Vanoni! Is she still alive? Si! Ornella Vanoni! E’ ancora viva?” Io, preso alla sprovvista dato che non seguo molto da vicino le vicende della signora Vanoni, ho risposto titubante: “Uhm, yes… I think So… Yes!” Altra domanda notevole, fatta dal mio amico Fabrizio, è stata come mai non abbia scritto un concerto per pianoforte e orchestra, pur essendo un pianista e avendo scritto una decina di concerti per tutta una serie di altri strumenti.
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Williams ha risposto, divertito, che è quello che gli chiede anche sua moglie e la ragione è che probabilmente da giovane ha suonato fin troppo il pianoforte…Al momento del nostro congedo, Williams ci ha salutato e ringraziato della visita con la sua consueta cordialità e gentilezza. Il giorno dopo Virgilio mi ha confidato che il maestro è stato molto ben impressionato dalla nostra visita, gli ha fatto piacere, e ha gradito molto il mio libro fotografico.
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La sera, al concerto, avevamo dei posti fantastici in prima balconata, proprio al lato del palco: praticamente se mi fossi allungato giù dalla balaustra avrei potuto toccare la testa dei contrabbassisti e col mio binocolo potevo leggere la partitura sul podio! Alla fine del concerto, Williams, uscendo dal palco, ha sollevato gli occhi verso la balconata e, riconoscendomi, mi ha salutato! Con quelli di quest’anno sono arrivato a quota 15 concerti diretti da Williams visti negli ultimi nove anni della mia vita. Parrebbero un numero più che sufficiente, dato anche le massicce concentrazioni che hanno caratterizzato le ultime due dosi (5 concerti in 5 sere di fila, stesso programma)… Ma mi accorgo che creano dipendenza… Qualcosa mi dice che ci sarà una prossima puntata e chissà quali altre sorprese potrebbe riservarmi il mio caro amico italobostoniano…
Emilio Audissino
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