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Lunedì 21 marzo 150° anniversario dell’Unità d’Italia Ore 16:15 – 20:15 – 22:30
SENSO
(Italia 1954) di Luchino Visconti – dur. 120’
con Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Rina Morelli, Heinz Moog, Marcella Mariani
Nastro d’argento, postumo , alla fotografia di G.R. Aldo, che morì durante le riprese. Sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico (un ricordo per la sua recente scomparsa) e L. Visconti.
Vogliamo anche noi ricordare i 150 anni dell’Unità del nostro Paese con un capolavoro della cinematografia italiana: “Senso”, di uno dei massimi registi italiani, Luchino Visconti. Pensiamo con questo, di dare un contributo culturale al dibattito in corso sullo storico avvenimento: solo la Cultura può superare le polemiche, il più delle volte sterili, che ci affliggono in questo momento e farci prendere atto che la Storia, quella con la esse maiuscola, fa parte di noi e non può essere cancellata. Quindi, non solo celebrazioni, ma riflessione.
Da un racconto (1883) di Camillo Boito: sullo sfondo della guerra italo-austriaca del 1886 (Terza Guerra d’Indipendenza), una contessa veneta tradisce per amore di un ufficiale austriaco, la causa della liberazione nazionale…

Premi:
In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954, vincitore del Nastro d’Argento per la migliore fotografia nel 1955.



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Così la critica:
Fernaldo Di Gianmatteo (Dizionario universale del Cinema - Editori Riuniti):
Luchino Visconti
dichiara visivamente il proprio intento: prendere spunto dal melodramma per descrivere la società che ne fu spettatrice. Attraverso le pose enfatiche dei protagonisti smaschera la loro falsa coscienza; attraverso un tradimento amoroso, ne mostra una politico. Inserisce cioè in una vicenda passionale le tesi della storiografia democratica sul Risorgimento come rivoluzione mancata tradita. Nutrito di cultura mitteleuropea, ha concepito gli avvenimenti del 1886 secondo una prospettiva più ampia di quella nazionale, allargando lo sguardo sul mondo asburgico: la musica di Verdi fa così da contrappunto a quella di Bruckner; la sconfitta dei patrioti ai presagi del crollo dell’Impero austro-ungarico. Con Senso, Visconti ha ottenuto un equilibrio fra passione estetica e chiarezza ideologica. Intorno al film si accese un dibattito critico che aveva come tema il (supposto) passaggio dal neorealismo (registrazione immediata e naturalistica della realtà) al realismo (interpretazione critica della realtà) e che costituì uno dei modi più interessanti nelle vicende della cultura italiana.

Gianni Rondolino (Dizionario dei registi del cinema mondiale – Einaudi):
I due personaggi centrali, la contessa Livia Serpieri e il tenente austriaco Franz Mahler rappresentano emblematicamente la fine di un mondo, la progressiva decadenza di una classe sociale agli albori di una nuova società. Conflitti storici e sociali, ma anche personali e individuali, che si coniugano in un intreccio di fatti e situazioni che Visconti analizza con molto acume e rappresenta un linguaggio al tempo stesso tradizionale e innovativo, nel senso che alla struttura classica del romanzo (e del teatro) ottocentesco si aggiunge una dimensione moderna, che si può cogliere proprio nel rapporto tra i due protagonisti, i cui comportamenti e sentimenti nascono da una sorta di autocritica, di consapevolezza della propria “decadenza”, che Visconti sottolinea con molto vigore drammatico.

LUCHINO VISCONTI - Milano, 1906 – Roma, 1976
Due passioni stilistiche (il realismo e il melodramma), un tema di fondo (il dissolvimento dei legami che tengono unita la famiglia), una filosofia vitalistica che lo spinge su posizioni di sinistra, uno scetticismo che la sottende e, in parte, la contraddice. Tutto ciò entra nella cultura di questo rampollo di una delle più antiche famiglie italiane che, dopo il servizio militare in cavalleria, coltiva il teatro e la musica e a Parigi è assistente di Jean Renoir. Il suo primo film avrebbe dovuto essere una riduzione del verghiano “I Malavoglia”, ma la censura fascista lo vieta. Ripiega su un romanzo di James Cain, ricavando da “Il postino suona sempre due volte” una storia di passioni degradanti. Ambientato nel Polesine, “Ossessione” (1943) è la memorabile scoperta di una umanità avvilita e torbida, di personaggi inauditi per il cinema italiano. Il successivo “La terra trema” (1948), nella cornice documentaria del dopoguerra tra pescatori sfruttati e fermenti rivoluzionari, diverrà uno dei pilastri del neorealismo. Se con “Senso” (1954) all’aspirazione realistica e alle riprese dal vero si sostituisce il fasto del melodramma, nei successivi lavori Visconti approfondisce in due direzioni la sua ricerca cinematografica: da una parte il ritratto realistico di una famiglia meridionale emigrata a Milano (“Rocco e i suoi fratelli”, 1960), dall’altra con alcune raffinate meditazioni sulla storia, dove melodramma e conati realistici convivono, talvolta magnificamente (“Il gattopardo”, 1963; “La caduta degli dei”, 1969; “Morte a Venezia”, 1971), talaltra faticosamente (“Lo straniero”, 1967; “Ludwig”, 1973). Intanto rimane lo splendore figurativo, e forte qua e là una sorta di ambiguità psicologica (“Le notti bianche”, 1957; “Vaghe stelle dell’Orsa”, 1965; “Gruppo di famiglia in un interno”, 1974; “L’innocente”, 1976, il suo ultimo film). (Di Giammatteo, Dizionario del Cinema)
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