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Lunedì 11 Febbraio Culture altre
DARATT
di Mahamat-Saleh Haroun – dur. 95', Ciad, Francia, Belgio, Austria 2006
Con Ali Barkai, Youssouf Djoro, Aziza Hisseine, Djibril Ibrahim
Ciad 2006. Dopo decenni di stragi, viene concessa l’amnistia a tutti i criminali di guerra, ma il sedicenne Atim ha promesso al nonno cieco di farsi giustizia. Ucciderà l’uomo che ha provocato la morte di suo padre prima ancora che egli nascesse. Arrivato in città, il ragazzo conosce il colpevole: Nassara, un vecchio fornaio che gli insegna l’antica arte della panificazione…

Vincitore di 10 premi internazionali (+1 nominations), tra cui:
· Mostra del cinema di Venezia: Premio speciale della giuria, Premio EIUC
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Così la critica:
Maria Coletti (Cinemafrica)
Il film, prodotto nell’ambito delle celebrazioni mozartiane per i 250 anni dalla nascita del compositore, è un’opera personalissima e insieme una moderna riflessione sul tema del perdono e della riconciliazione, esplorato da Mozart in “La clemenza di Tito”.
Roberto Nipoti (La Repubblica)
C’è davvero qualcosa di speciale nel film africano Daratt. In ciò che comunica c’è un’immensa parabola sul perdono: nel modo in cui lo comunica, una naturalezza e una concretezza di gesti, oggetti, corpi, che si trova solo nel grande cinema, da qualsiasi parte del mondo provenga. Sposando lo splendore del vero con le suggestioni della metafora (vedi le invalidità dei due vecchi) il film si spinge fino a ribaltare i ruoli sedimentati nel nostro immaginario (il giovane è un cuore di tenebra, l’anziano limpido e diretto malgrado le efferatezze compite) però senza mirare al Paradosso né al teorema.
Marzia Gandolfi (Mymovies)
Il regista Haroun, sopravvissuto alla guerra civile in Ciad, gira un film pervaso da temi universali, odio e amore, guerra e pace, vendetta e perdono, con l’impegno di chi vuole scuotere e denunciare. Nel suo film, tragico ed essenziale, si muovono due uomini in cerca di vendetta o di redenzione dopo la “stagione secca”, il Daratt del titolo, che segue quella delle piogge. Nell’intervallo che va da maggio a novembre si svolge il percorso formativo e vendicativo di un giovane uomo in cerca di giustizia. Quella negata dall’amnistia, un’ipotesi assurda di pacificazione, che ha dimenticato di compensare la perdita di 40.000 vite umane, provocando il desiderio di vendetta privata.
HAROUN Mahamat-Saleh – Abeche, Ciad, 1961
"Da sempre il problema dei cineasti africani è di dire che lo sguardo posato sull'Africa dall'Occidente è falso. Io non fornisco delle risposte, ho ancora da imparare. Mi nutro di tutto e m'inscrivo in una ricerca per raggiungere, film dopo film, uno stile personale" (M.S.Haroun, 2003). Fugge dal Ciad all'età di 20 anni durante la guerra d'indipendenza degli anni Ottanta. Dopo una sosta in Camerun, frequenta corsi audiovisivi al Conservatoire Libre du Cinéma a Parigi; comincia quindi a lavorare come giornalista a Bordeaux e nel frattempo riesce a girare 'Tan Koul' nel 1991. Nel 1994 ritorna al cinema e realizza un secondo cortometraggio (Maral Taniè) per il quale riceve numerosi premi. Dopo tre documentari - Goï-Goï (1995), Sotigui Kouyaté, un griot moderne (1997, ritratto di un celebre attore-poeta-cantante del Burkina Faso) e Un Thé au sahel (1998) - esordisce nel lungometraggio nel 1999 con 'Bye Bye Africa', il primo lungometraggio di produzione Ciad della storia del cinema. Il film, praticamente la cronaca di se stesso tornato al suo paese per la morte della madre, vince il premio per l'opera prima a Venezia.
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